Di che gender è l'AI?

È compito dell’innovazione tecnologica semplificare la vita degli esseri umani e cercare di risolvere, o almeno rendere meno faticose, le sfide che ci troviamo quotidianamente ad affrontare. #Robot, assistenti virtuali e dispostivi #IoT sono preziosi strumenti per gestire al meglio la giornata, fornendo un aiuto concreto - dal lavoro al tempo libero - grazie alla loro intelligenza e capacità organizzativa. Questo meccanismo apparentemente perfetto nasconde però qualche insidia: come i pregiudizi di genere presenti nella nostra società, e trasmessi alla tecnologia dai suoi progettisti.

I pregiudizi di genere presenti nella nostra società vengono trasmessi alla tecnologia dai suoi progettisti

Esiste da sempre un grande divario di genere nelle professioni STEM, dove a dominare il settore (non solo in Italia) sono gli uomini. In Australia, per esempio, le donne rappresentano solo il 16% dei laureati STEM e il 27% dei lavoratori in quest’ambito: la conseguenza è la grave mancanza di un punto di vista femminile nella progettazione di tecnologie basate su AI, che potrebbe aver perpetuato un pregiudizio di genere intrinseco ed escludente nel processo di valutazione dell’ #intelligenzaartificiale.



Sono dati che non riguardano solo il territorio australiano, ma che caratterizzano anche il resto del mondo. A tal proposito anche l’UNESCO è intervenuto con un report che ha evidenziato come gli assistenti vocali siano prevalentemente femminili e con una personalità servile e sottomessa, frutto di pregiudizi di genere codificati nei prodotti (e probabilmente ereditati daei produttori) di intelligenza artificiale. I bias di genere, in certi casi, non riguardano solo l’atteggiamento dell’assistente vocale, ma il nome stesso: Siri e Cortana ci sembrano semplici nomi femminili scelti casualmente, invece il primo in norvegese significa “bella donna che ti porterà alla vittoria”, mentre il secondo è ispirato ad un sensuale personaggio del videogioco Halo ed entrambe presentano una “personalità” servile.

I bias di genere non riguardano solo l’atteggiamento dell’assistente vocale, ma il nome stesso

Se è vero che da un’assistente virtuale ci sia aspetta che sia gentile e collaborativo, non è possibile confinare questo atteggiamento alla figura femminile; e se lo scopo di umanizzare la tecnologia è quello di adattarsi alla società in modo più naturale, sarebbe preferibile cercare di rappresentare la realtà eterogenea in cui viviamo, piuttosto che rappresentare immagini stereotipate della donna. Nonostante il divario di genere sia innegabile, una proposta interessante e piena di speranza arriva da La Feminist Internet, un'organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di prevenire i pregiudizi che si insinuano nell'intelligenza artificiale. Il suo nome è F’xa, un assistente vocale “femminista”, che spiega agli utenti i pregiudizi relativi all'IA e suggerisce come evitare di rafforzare stereotipi dannosi. F'xa cerca di sfidare i ruoli di genere nei nostri assistenti vocali, proprio come dovrebbero essere sfidati nel mondo reale: un modo diverso, ugualmente prezioso e indispensabile, in cui una tecnologia intelligente può davvero migliorarci la vita.

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